Lettera di un'iscritta di Apertis Verbis, Doretta C.

Storia di Camillo e della Clinica Veterinaria 24 ore del Galluzzo, a Firenze.

Il 9 di agosto, di sera, mi sono accorta che uno dei miei due gatti, Camillo, non stava molto bene; era un po’ più pigro e rifiutava il cibo.
Vorrei, prima di raccontare la sua malattia e la sua morte descrivere il carattere di Camillo. Era un gatto molto dolce e timido. Si nascondeva dagli umani che non conosceva e quando lo “catturavo” per presentarlo agli amici diventava inerte come un pupazzo. Nei suoi sette anni di vita l’ho portato almeno due volte all’anno dal veterinario per i vaccini e ogni volta faceva sorridere tutti perché si sdraiava su tavolo e faceva il “tappetino” cercando di scomparire il più possibile alla vista dell’estraneo che in quel momento lo stava visitando.
Il pomeriggio del 10 agosto, dopo aver notato che non usava nemmeno la lettiera ho pensato di portarlo a fare un controllo. Ma la veterinaria che segue i miei gatti era in ferie. Il sostituto ha detto di non riuscire a capire bene da che cosa fossero causati i sintomi presentati da Camillo (febbre a 40,5, dolori all’addome, respirazione affannata) e mi ha consigliato di portarlo alla Clinica Veterinaria 24 ore, in via Senese. Mi ha detto che erano molto bravi e attrezzati, che avrebbero fatto tutte le analisi del caso ed eventualmente lo avrebbero potuto ricoverare per poter intervenire tempestivamente nel caso che le sue condizioni fossero peggiorate (cosa che evidentemente temeva). Mi ha detto anche che sono un po’ cari, ma per me non era una questione di soldi. Quello che desideravo era capire che cosa aveva il mio gatto e affidarlo a qualcuno che lo potesse curare. Così la sera stessa ho portato Camillo alla Clinica.
Erano ormai le nove di sera; era di turno il Dr. G.P. Melpignano, uno dei titolari della clinica. Il Dr. Melpignano mi ha fatto descrivere i sintomi di Camillo. Lo ha visitato e anche lui ha constatato che aveva dei dolori all’addome e la respirazione affannata. La temperatura nel frattempo era scesa a 36,6 gradi (bassissima, per un gatto, ma non è sembrato preoccupato da questo particolare). Dopo la visita si è immediatamente premurato di preparare un preventivo di spesa (minimo 173 - massimo 213 euro per il ricovero e le prime analisi) che io ho dovuto sottoscrivere, impegnandomi a saldare anticipatamente il 30% della cifra più alta. Come ripeto, per me che fortunatamente ho un discreto reddito fisso, e posso permettermi di pagare per un gatto, non era una questione di soldi, e quindi ho sottoscritto e accettato tutte le condizioni da loro proposte. Avevo fretta che si cominciasse a fare qualcosa per Camillo, che era ancora vigile e, all’apparenza non molto grave, ma che si vedeva che soffriva.
Il veterinario non pareva avere la mia stessa fretta. Ha impiegato un tempo esagerato (non lo so quantificare, ma vi posso dire che sono uscita dalla clinica intorno alle 23) per estrarre due siringhe di sangue per le analisi e tentare inutilmente di fare una radiografia. Il tutto con la mia assistenza perché diceva di aver paura di essere graffiato da Camillo. La macchina per le radiografie si inceppava in continuazione e quando funzionava faceva un rumore piuttosto forte che spaventava Camillo e di conseguenza il veterinario, che al suo sussulto lo lasciava immediatamente (sempre, come mi ha spiegato, per la solita paura di essere graffiato). Alla fine, esasperata, ho chiesto di lasciar perdere la radiografia e di iniziare le cure. Il veterinario ha detto che senza radiografia non poteva azzardare alcuna ipotesi e quindi non sapeva che cure prestare. Ha proposto di sedare Camillo, avvertendomi però che non sapendo che cosa aveva, la sedazione poteva avere conseguenza tragiche. Camillo stava ancora relativamente bene e così ho rifiutato di rischiare di vederlo ucciso dall’anestesia ma ho acconsentito a lasciarlo in clinica. Per quanto perplessa dall’atteggiamento del Dr. Melpignano ero convinta che fosse sempre meglio lasciarlo in un posto dove si suppone che gli animali vengano curati piuttosto che riportarmelo a casa. Il Dr. Melpignano me lo ha fatto mettere in una gabbia e mi ha chiesto che cosa mangia abitualmente. Sono stata confortata da questa domanda. Ho pensato che se il medico supponeva che durante la notte Camillo avrebbe mangiato non poteva essere troppo grave.
Sono andata a casa e la mattina dopo, prima delle 8 ho telefonato in clinica. Ha risposto il Dr. Melpignano e mi ha detto che Camillo era stabile, ma che dovevo andare a riprenderlo perché lui non poteva toccarlo in quanto quando lo vedeva Camillo soffiava. Dopo dieci minuti mi ha di nuovo telefonato dicendomi di andare il prima possibile perché Camillo si lanciava contro le sbarre della gabbia.
Ho preso accordi con mia sorella che abita a Pistoia perché preavvertisse il suo veterinario che sarei arrivata con Camillo e mi sono precipitata alla clinica per riprendermelo. Nonostante la preoccupazione, ero piuttosto ottimista perché la descrizione che Melpignano mi aveva fatto era parsa quella di un gatto decisamente vitale e lui stesso non sembrava affatto preoccupato, anche se continuava a non fare alcuna ipotesi. Mi ha però detto che mi aveva prescritto un antibiotico più forte di quello che mi aveva ordinato il sostituto della mia veterinaria e che avrei dovuto somministrarglielo nel cibo. Ancora una volta questo mi ha confortato, stavo parlando con un medico degli animali, titolare di una clinica e quindi sicuramente competente e lui mi stava dicendo che Camillo avrebbe assunto l’antibiotico col cibo: un gatto che mangia non è sicuramente un gatto moribondo!!
Per questo non immaginavo quello che avrei trovato.
Camillo era sdraiato su un fianco, bagnato di bava, con la bocca semiaperta, lo stesso respiro affannoso della sera prima e emanava un forte odore di orina (un odore che, ho riassociato in quel momento, si sentiva già quando l’ho portato alla clinica). Ogni tanto emetteva degli urli, ma era incapace di muoversi ed era evidentemente instupidito dal dolore.
Ho chiesto che cosa gli avevano fatto. Loro hanno detto che NON L’HANNO MAI TOCCATO e mi hanno chiesto se Camillo aveva problemi comportamentali. Avevano persino attaccato un cartello alla gabbia con la scritta GATTO MORDACE.
La persona che mi ha detto questo cose era un collega di Melpignano, di cui non so il nome perchè non si è presentato. A differenza del suo collega però insisteva che io non dovevo portare via Camillo, ma nemmeno lui proponeva un qualsiasi tentativo di curarlo: avrebbe voluto sedarlo e fargli la radiografia. Chiunque avrebbe capito che l’anestesia in quel momento avrebbe sicuramente ucciso Camillo.
Mi hanno lasciata andare soltanto dopo che gli ho lasciato altri 55 euro (65 li avevo già pagati la sera prima) e ho firmato una dichiarazione che lo portavo via senza il loro consenso.
Durante tutte queste discussioni Camillo (che ho dovuto prendere io dalla gabbia per metterlo nel trasportino perché nessun medico della clinica voleva toccarlo…..) stava sdraiato su un fianco con la bava che colava e gli occhi sempre più fissi.
Mi ha telefonato mia sorella e mi ha detto che il suo veterinario, in base alla descrizione che lei gli aveva fatto, pensava che Camillo fosse stato avvelenato e che avremmo dovuto fargli subito delle flebo.
L’ho portato a Pistoia.
Il veterinario di mia sorella gli ha toccato l’addome e ha annusato il pelo. Ha detto che c’era un blocco renale e che Camillo era già praticamente morto. Ha estratto una siringa di urina e l’ha analizzata. Tutti i valori erano sballati. Mi ha detto che probabilmente si è trattato di un veleno o di una intossicazione e che quando si lanciava contro le sbarre della gabbia lo faceva perché impazzito dal dolore. Mi ha detto che ormai aveva i reni, il fegato e i polmoni spaccati. Mi ha detto che ormai qualsiasi tentativo di salvarlo voleva dire prolungare inutilmente la sofferenza e che avremmo avuto il 99 per cento di probabilità di fallire. Mi ha proposto l’eutanasia, che io ho accettato.