Perché si avvelenano i cani e si impiccano le volpi nella pianura bolognese
Quello che segue è il resoconto di una breve inchiesta giornalistica sul fenomeno degli avvelenamenti ed impiccagioni di animali nella pianura a nord di Bologna. Il materiale virgolettato è stato già pubblicato sul quotidiano Il Domani di Bologna a firma del sottoscritto.
Quando E.F., Guardia Ecologica Volontaria, mi ha contattato, io conoscevo ben poco del fenomeno degli avvelenamenti. Ero un perfetto rappresentante dellignoranza del pubblico medio, convinto che questo fenomeno fosse legato a faide famigliari, vendette, rese dei conti per eventuali sgarbi tra persone: il peggio che può offrire la vita di paese. Già dopo il primo incontro con la GEV ho capito che la questione era più complessa del previsto. Il primo articolo che è stato pubblicato su Il Domani di Bologna in realtà non era stato pensato come inizio di uninchiesta: si trattava di una normale segnalazione, la denuncia di episodi che, con impressionante puntualità, compaiono ogni anno sulle pagine della stampa:
«Fido vuoi la pappa? Beccati il veleno!». Devessere questo il pensiero ricorrente che attraversa la mente malata di ignoti avvelenatori che si divertono a seminare morte tra cani, gatti ed altri animali nelle campagne della provincia a nord di Bologna. Bocconi farciti di stricnina o altri veleni di tipo agricolo e lacci dacciaio con effetto impiccagione: sono questi i due principali metodi utilizzati per questa sorta di folle bracconaggio che colpisce quasi tutti i paesi dellHinterland, tra cui i più interessati sono Argelato, Castello DArgile, San Giorgio di Piano e San Pietro in Casale.
Casi sporadici di avvelenamento o ritrovamenti di trappole per uccidere volpi e rapaci, naturali concorrenti dei cacciatori, a dire il vero ci sono sempre stati, ma laumento vertiginoso delle segnalazioni ai comandi di Polizia Provinciale e Municipale da parte di cittadini che si sono visti morire tra le braccia il proprio animale, hanno gettato in stato dallerta le G.e.v. (Guardie ecologiche volontarie) che ora denunciano un vero e proprio allarme avvelenamenti. (20/02/2002)
Larticolo proseguiva con le difficoltà di trovare strategie per combattere il fenomeno, poiché il territorio da pattugliare è troppo grande rispetto al personale preposto e, soprattutto, vige una sostanziale omertà, dettata dalla paura di ritorsioni, da parte della popolazione. Da ultimo un problema di tempo ed economico dellAzienda Sanitaria:
«Trovare soluzioni a questo tipo di problema è veramente complesso afferma Roberto Mattioli, medico veterinario dellUsl di San Giorgio che si occupa di questi casi perché richiede unopera di coordinamento e sinergia sul territorio tra Provincia, Azienda sanitaria, Guardie ecologiche ed Amministrazioni comunali che attualmente manca e che non è facile creare». Ma lo stesso Mattioli illustra altri due grandi ostacoli che impediscono o perlomeno creano grosse difficoltà allindividuazione di strategie per combattere queste insensate ed efferate stragi. Il primo riguarda una sorta di omertà. Non tutti i cittadini a cui viene avvelenato un cane o un gatto o che notano individui sospetti aggirarsi per i propri possedimenti agricoli, infatti, trovano il coraggio o la semplice spinta per denunciare laccaduto. Forse questo avviene per la paura di ritorsioni, o forse perché i colpevoli vengono puniti con una semplice multa o forse ancora per una mancanza di informazioni riguardo a chi rivolgersi in queste evenienze. In ogni caso, il silenzio rende più difficile formarsi unidea organica sullestensione del fenomeno. Il secondo problema è una questione economica. Ogni qualvolta ci sia un sospetto di avvelenamento su un animale deceduto, infatti, è indispensabile eseguire analisi chimiche che forniscano un riscontro circa lagente responsabile della morte. Analisi che vengono eseguite presso lIstituto Zooprofilattico di Bologna e che richiedono costi alti contro limitate risorse finanziarie disponibili.
Sebbene già in questo primo articolo avessi evidenziato una connessione tra questo problema e il mondo venatorio, ho ritenuto opportuno un approfondimento per così dire istituzionale, intervistando un agente del distaccamento locale della Polizia Provinciale:
La Polizia provinciale: «la fine della caccia e la stagione del ripopolamento sono i periodi delle stragi». Dopo lallarme lanciato dalla Guardie ecologiche volontarie per laumento dei ritrovamenti di animali, domestici o selvatici, morti a causa di bocconi avvelenati o di lacci dacciaio, è aumentata lattenzione per il fenomeno che più mette in pericolo gli equilibri faunistici nella pianura. Ed è proprio dagli uffici del distaccamento di Polizia provinciale di Castelmaggiore che arriva la conferma riguardante le ragioni degli avvelenamenti e del collocamento di trappole illegali: è sicuramente lattività venatoria lorigine ed la motivazione che spinge alcuni cacciatori ad essere così crudeli. La cosa non esclude che possa sussistere anche qualche caso di avvelenamento di cani per vendetta ad un torto subito, ma il presentarsi e lacuirsi del fenomeno in determinati periodi dell'anno non lascia spazio ad altre interpretazioni: luomo vuole ridurre al minimo i suoi concorrenti, i predatori. «I periodi più sensibili spiegano dal Comando di Polizia sono la fine della caccia ed i periodi di immissione di nuova selvaggina per ripopolare i territori. Il perché della scelta di questi momenti è di facile intuizione: la fine della caccia per evitare che i propri cani vengano avvelenati. I periodi di ripopolamento, i cosiddetti lanci della selvaggina, perché sono i momenti in cui si fa sentire più intensa lazione dei predatori». E anche sul perché vengano coinvolti cani e gatti, animali domestici la cui opera predatoria è veramente irrisoria, cè una risposta: «Se è vero che cani e gatti non sono particolarmente capaci nel catturare lepri o fagiani, è altrettanto vero che possono cibarsi delle loro uova o dei loro cuccioli non ancora in grado di difendersi». (22/02/2002)
Leffetto di questo secondo articolo fu davvero significativo. Il giorno successivo alla pubblicazione Salvatore Intelisano, allora Comandante della Polizia Provinciale, scrisse al giornale una lettera (che venne pubblicata) in cui dichiarava in sostanza (ma con qualche giro di parole) che il problema non esisteva, che non era legato alla caccia e che, in sostanza, era una mia invenzione giornalistica. Tutto questo nonostante fossero state pubblicate le fotografie di una poiana avvelenata e di una volpe impiccata. Non solo: lagente che mi aveva rilasciato quelle dichiarazioni fu rimosso. Fu in quel momento in cui mi resi effettivamente conto che la portata di quellinchiesta andava oltre quello che mi ero in un primo momento immaginato.
Prima del terzo articolo, la Gev mi mostrò le simpatiche letterine che aveva ricevuto: bossoli di fucile, minacce di morte e quantaltro esprimesse le intenzioni della lobby dei cacciatori, veramente potente sul territorio. Incurante di questo, la Gev decise che era il caso di puntare in alto. Senza potermi fare nomi e cognomi, mi disse che sapeva benissimo quali erano i responsabili di questi crimini, a cui mancava solamente di essere colti in flagrante. Decidemmo così di fare uscire il terzo articolo, con una sorta di identikit di uno di questi cacciatori, in modo da farlo sentire braccato:
Spunta lombra del volparo. È il responsabile della morte di volpi, uccelli rapaci, cani e gatti; ha disseminato per tutta la pianura nord di Bologna un numero imprecisato di lacci, trappole e bocconi avvelenati. Tutti ne conoscono la fama, lo temono, molti lhanno visto aggirarsi per le campagne, ma nessuno ha elementi sufficienti per denunciarlo e per fermarlo. Tanti dicono di sapere chi è ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Quello che assume il tono di descrizioni fantascientifiche o ancor meglio da romanzo thriller, non è altro che lidentikit di un cacciatore che in ambiente venatorio è conosciuto col nome di Volparo, a causa della sua particolare e malvagia ingegnosità nel creare trappole per togliere di mezzo le volpi, animali sempre più preziosi ed in via destinzione che popolano le campagne bolognesi, ma che hanno il difetto di essere predatori, concorrenti dei cacciatori. Ed è per questo che il Volparo vuole sbarazzarsene. I Comandi di Polizia Municipale e Provinciale, le Guardie Ecologiche Volontarie e le associazioni ambientaliste: tutti si sono fatti unidea di chi si nasconda dietro a questo pseudonimo, ma manca solo una cosa, la più importante, per impedirgli di continuare: la flagranza di reato. Il suo profilo appare quello di un cinico cacciatore che infrange le stesse regole della caccia e che, con ogni probabilità, non agisce da solo ma con il consenso e la collaborazione, più o meno organica, di altri colleghi. Una sorta di organizzazione a delinquere, dunque, che risulta essere più pericolosa di quanto possa sembrare. Se, infatti, si è indotti a pensare che gli unici esseri a cui costoro possano arrecare danno sono gli animali, si sarà costretti a cambiare presto idea. Alcune Guardie ecologiche volontarie (di cui per ovvie ragioni non citeremo nome e cognome), infatti, si sono viste recapitare in diverse occasioni biglietti di auguri recanti minacce di morte e contenenti pallini di piombo usati nei fucili da caccia. Espliciti avvertimenti a non proseguire lopera di contrasto ai mezzi illegali usati da alcuni cacciatori, che costituisce uno dei compiti delle G.e.v. La determinazione di costoro, quindi, pare non conoscere limiti ed è anche questo che può aver contribuito a creare una sorta di muro di omertà nella gente, che avrebbe invece potuto fornire preziose indicazioni agli organi di Polizia. Ma proprio perché il Volparo non è un personaggio mitologico o legato allimmaginario collettivo popolare ma una persona reale, è opportuno ed è nellinteresse comune che ognuno dia il proprio contributo per fermare le folli imprese di costui e dei suoi compari. (25/02/2002)
Effetto dellarticolo: le due automobili della Gev prendono misteriosamente fuoco. Del volparo e dei suoi compagni, però, continua a non sapersi nulla. O forse non si vuole dire nulla, in quanto cè una sorta di connivenza tra la lobby dei cacciatori ed alcuni organi istituzionali.
Curru
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